svolazzo settimanale numero 3

Svolazzo settimanale su alcuni libri pubblicati in Italia # 3

3Dnn+9_7C_med_9788804622239-la-mia-isola-e-las-vegas_original

 “La mia isola è Las Vegas”, il libro postumo di Vincenzo Consolo. 

E tolgono le ultime luminarie, il vischio, l’agrifoglio, le decorazioni dagli abeti e l’abete sintetico lo tolgo io stesso con mia moglie a casa. Si spengono le Rinascenti, le luci nei banchetti degli extracomunitari, le vetrine. Gli cioccolatini e i panettoni e whisky, gli spumanti, passano tra le offerte. Addio tombole e beneficenze. Niente tv, né Carliconte. Ora mi prende improvvisa una malinconia, un’ansia che m’impedisce di decidere, programmare. Natale è finito! A mezzodì, nel giorno 7 gennaio, come sempre, trenta cacchio di volte nella mia vita. L’anno che se ne va se n’è andato e l’anno novo, nei palazzoni barocchi di Palermo, nelle dimore che furono dei famosi gattopardi e oggi degli onorevoli, è iniziato, prosit, evviva l’Itallia! E ora? E’ ora di guardare avanti, scegliere i nuovi libri di cui parlare nella mia rubrica. Orsù, avanti. Invece, mi rivolgo indietro(!), verso il mio retroterra culturale, denso, solido, eppure in precario equilibrio rispetto al piacere del nuovo che avanza e talvolta seduce, con strumenti e mestiere del tutto inusitati. Scelgo un autore storicizzato: furore, simbolo e valore. Quello che serve.

Vincenzo Consolo (1933 Sant’Agata di Militello, 2012 Milano), romanziere e saggista di fama internazionale, è stato una delle voci più originali e autorevoli della cultura italiana negli ultimi decenni. Ha esordito con “La ferita d’aprile”, ma si è pienamente rivelato nel 1976 con “Il sorriso dell’ignoto marinaio”, pubblicato da Einaudi. Dopo aver studiato giurisprudenza all’Università Cattolica di Milano, si è laureato con una tesi in filosofia del diritto, all’Università di Messina. Ne seguirono alcuni anni dedicati a vari lavori tra cui l’insegnamento. Elio Vittorini e Italo Calvino lo sollecitarono allora a trasferirsi a Milano, città più adatta per conoscere la nuova realtà italiana e la seconda rivoluzione industriale. Anche Leonardo Sciascia lo aveva a più riprese incoraggiato, mentre il poeta Lucio Piccolo aveva fatto esattamente l’inverso. Prevalse infine la necessità di avventurarsi in una nuova realtà culturale. Legato indissolubilmente alla Sicilia e ai suoi antichi racconti,  ha, da allora, lavorato intensamente a Milano, collaborando con giornali e riviste fino all’ultimo.

“Sicilia, Sicilia mia, mia patria e mia matria”, questo l’incipit di “La mia isola è Las Vegas”, breve scritto che dà il titolo all’antologia che Mondadori, editore dell’esordio nel ‘63, dedica al suo Vincenzo a soli tre mesi dalla scomparsa. Il volume raccoglie cinquantadue scritti, tra cui alcuni inediti, racconti che coprono un arco temporale di cinquant’anni, ben evidenziando un personalissimo rifiuto della lingua vuota del nostro tempo. L’opera di Vincenzo Consolo è infatti caratterizzata da una costante inquietudine e tensione verso il poetico narrare, e all’inquietudine s’accosta un continuo sperimentalismo, sia nella costruzione dell’opera, con molteplici commistioni di genere, sia con l’invenzione di un linguaggio che, partendo dall’italiano, sfrutta diverse forme linguistiche, tra cui il dialetto, per creare un nuovo codice personale. Distante dagli intellettualismi, la sua fu pura ricerca civile, aliena all’obbligo di una comunicazione precodificata.

Smarrito ulisside, perduto più che altro nel tempo, cercò la patria a lungo, spesso non trovandola o non volendola riconoscere propria, tra i poveri resti della modernità cieca, feroce, avida, ipocrita, acritica, che disprezza tuttora intelligenza, memoria, eredità di storia, arte, che uccide i deboli e i giusti. Comunque ammette: “Credo di non aver mai smesso di essere uomo di quest’isola, figlio di questo paese” (“Memorie”). Cosi richiamo alla mente la somiglianze tra gl’incipit di “Notturno, casa per casa” e de “Il sorriso dell’ignoto marinaio” e l’urgenza drammatico-consolatoria mi appare più forte che mai: due notti che stanno per schiarire nell’alba, due coste pietrose e a strapiombo. Due vicende sorelle, ispirate forse dai luoghi natii, Sant’Agata di Militello, paese costiero in provincia di Messina, dove fu vitale la sua infanzia e formazione, nel territorio del Val Dèmone, in una striscia di terra nella quale persistono influenze arabo-spagnole, caratteristiche della Sicilia occidentale, e greco-bizantine, appartenenti all’area orientale dell’isola. Per cui, si esprime, il nostro, ora come i letterati della Sicilia orientale (ove la vita, la morte, il mito e il fato segnano geografia, uomini, immaginario) con toni lirici, ora in forme prosaiche, discorsive, secondo scansioni logiche, assai più frequenti nella Sicilia occidentale, intricata con la spirale della storia, sopraffatta dalle recenti stratificazioni.

Degno erede de “L’olivo e l’olivastro”, segnalo tra gli scritti più emblematici della raccolta, “Le macerie di Palermo” – la città sfigurata dalle bombe, massacrata dal cemento, offesa dalle cosche, dal “contesto”, dagli attentati, dagli assassinii (il massacro dei carabinieri di Ciaculli ,1963; la strage di viale Lazio, 1969; la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro nel 1970, del procuratore della repubblica Scaglione nel’71, Falcone Borsellino… una continua, cruda, spietata furia omicida che annientò i coraggiosi nemici di una classa politica corrotta e connivente). “La monade 116”, l’”edificio 334” e altre “arche di lusso”, complessi residenziali unici al mondo, galleggiano nella mota. Casermoni squadrati in cemento grezzo, un po’ cadenti, che fanno tristezza a vederli, convivono irreali con le nostre dinamiche esistenziali, insieme ad anonime villette e squallidi condomini di finto lusso, a supermercati e shopping center, a stazioni di benzina e cinema multisala, lavanderie e negozi cinesi. Così chiude l’autore: “Lontano dalla Sicilia, da Palermo, e sono qua, in questa Milano dove scrivo oggi questo componimento, in questa città d’oscena grascia, in cui è fiorito il nuovo mefitico potere che governa questo paese ormai perduto. E’ fiorito questo governo che, nel chiasso e nel terrore d’una guerra che semina distruzione e morte all’est e all’ovest del mondo, cinicamente fa gli affari suoi, elude ogni principio di etica, diritto, aggredisce i magistrati, li espone, come già a Palermo al pericolo, al massacro”. Siamo forse entrati in una lunga notte, di cui non scorgiamo la fine, che con il procedere delle generazioni si fa sempre più oscura? Siamo nell’era della città-panico o è Palermo, senza ammirabili metamorfosi, come sempre, un luogo da cui andar via, partire, semplicemente?

Vide e vide, da un balcone affacciato su piazza Vittorio Emanuele, in quel lontano tempo della sua infanzia, la storia che passa per i luoghi più ignoti di uno sperduto paesino, quel ch’era Sant’Agata, appunto. E’ potuta essere, quella storia, da un fanciullo diventato adulto, anche narrata.